Veritas

"Tu non possiedi la verità, la verità possiede te"(Tommaso d'Aquino)

licenza

lion from a Frieze

segno e simbolo

il segno [“Zeichen”] è una certa intuizione immediata, che rappresenta un contenuto completamente diverso da quello che ha per se stessa: la piramide, nella quale è trasposta e conservata un’anima estranea. Il segno [“Zeichen”] è diverso dal simbolo [“Symbol”], cioè da un’intuizione la cui determinatezza propria, quanto all’essenza e al concetto, coincide più o meno con il contenuto che essa esprime in quanto simbolo. Invece, nel segno in quanto tale, il contenuto proprio dell’intuizione, e quello di cui essa è segno, non hanno nulla a che vedere tra di loro. Pertanto, in quanto significatrice [“bezeichnend”], l’intelligenza dimostra un arbitrio e un dominio nell’uso dell’intuizione più liberi che non in quanto creatrice di simboli [“symbolisierend”].”(Georg Wilhelm Friedrich Hegel,)

simbolo

“Signum quoddam, vel, magis proprie, Tessera, quam publice dabant civitates quibusdam hominibus sibi amicis, ut hospitaliter et amice acciperentur in oppidis foederatis […]. Sed et privatus usus hospitalium tesserarum fuit […]. Fuit autem antiqui moris […] tesseram dari hospitibus dimidiatam, quam quicumque attulisset ad hospitem, continuo agnosci posset, et hospitio accipi, tanquam amicus et vetus hospes”.(Thesaurus grecae linguae)

il culto del sole a stonehenge

Paul Garwood, docente di preistoria dell’università di Birmingham, ha detto: “Le nostre conoscenze dell’antico sito che esisteva attorno a Stonehenge stanno crescendo sempre più in relazione all’analisi geofisica del territorio. Possiamo vedere in dettagli maggiori non solo nuovi monumenti, ma interi paesaggi per le passate attività umane, grazie alla conservazione nei migliaia di anni di buche e fossati rinvenuti nel sito archeologico. Questo progetto istituisce un nuovo quadro complementare per lo studio del paesaggio di Stonehenge”.

Secondo Gaffney infatti il sito veniva utilizzato per rituali anche 5 mila anni prima della costruzione del monumento dalle grandi pietre.”E’ la prima volta che osserviamo un collegamento tra Stonehenge ed eventi astronomici e questo permette di definire in modo più sofisticato come alcuni rituali venivano celebrati sul Corso e nell’ampio paesaggio. Questa emozionante scoperta indica che Stonehenge è stato sicuramente un monumento molto importante, sebbene non l’unico, anche in periodi precedenti a quelli stimati”.

stonehenge(blitzquotidiano)


comparazioni

Tavola comparativa dei processi d’istruzione tra occidente e oriente tratto da  “Dall’intelletto all’intuizione” di Alice A. Bailey, pag 21:

OCCIDENTE/    ORIENTE

gruppi/    individui

libri /   Sacre Scritture

conoscenza /   saggezza

civiltà oggettiva/   cultura soggettiva

sviluppo meccanico/   sviluppo mistico

uniformità/   unicità

educazione di massa/   istruzione specializzata

scienza/   religione

allenamento d. memoria/   meditazione

indagine/   riflessione

“I filosofi dicono che l’Anima ha due facce, una rivolta in permanenza verso Dio, l’altra che guarda, per così dire, in basso, e informa i

sensi; e la faccia superiore, sommità dell’anima, si trova nell’etereo e non ha nulla a che fare col tempo: ignora sia il tempo che il

corpo”.( Meister Eckhart)

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‘l’invincibile’

Gli oni, creature mitologiche giapponesi, che corrispondono ai demoni o orchi del folklore occidentale,sono chiamati anche “oni con la mazza ferrata“, con il significato cioè di ‘invincibile‘, ‘imbattibile‘, per l’uso della mazza ferrata detta Kanabō, loro arma preferita. Originariamente creature positive che si credeva punissero i malfattori, divennero in seguito, a causa della contaminazione con la demonologia indiana, esseri del male torturatori delle anime dannate.

Si sa che la,figura degli spiriti maligni è presente in tutte le culture anche se in forme e caratteri diversi.

oni

oni

caduta di Satana(Gustav Doré)

shintoismo

satana


la leggenda della pietra-sole

Una nave vichinga è in ritardo nel suo ritorno a casa dalle terre appena scoperte nel lontano occidente(Far West). L’inverno è dietro l’angolo e il tempo prenderà presto una brutta piega. E ‘imperativo che il timoniere mantiene il corso verso est. Ma dov’è esattamente ‘Casa’? Il cielo è sempre più nuvoloso ogni giorno che passa. La maggior parte delle notti le stelle non sono visibili e anche durante il giorno il sole ha difficoltà a sfondare. Luce diurna è breve e durante buona parte del giorno, il sole illumina il cielo da sotto l’orizzonte. . . da qualche parte. Hanging dalla cima dell’albero del dragone(knorrship) uno marinaio con strabismo agli occhi è alla ricerca di indizi di luminosità delle nuvole. . . senza alcun risultato. Poi … un’apertura fra le nuvole. Afferra la borsa appesa alla vita e tira fuori la sua pietra-sole( Sunstone). Attraverso i vetri guarda la piccola porzione di cielo azzurro. Gira la roccia finché non diventa giallo. Poi si grida al timoniere con il braccio teso che punta dritta. . . verso casa.

Le saghe islandesi raccontano la storia di come i Vichinghi salpò da Bergen, sulla costa della Norvegia per l’Islanda, Groenlandia e continuando a, probabilmente, Terranova nel continente americano. Come hanno fatto ad orientarsi nel 700 -1100 d.C., prima della bussola magnetica arrivata in Europa dalla Cina, e nelle condizioni di visibilità delle latitudini polari?.

Nel 1967, un archeologo danese Thorkild Ramskou, ha suggerito che i vichinghi avrebbe potuto utilizzare come ‘bussola’ cristalli polarizzati naturalmente, il famoso sun-stones(pietra-sole) descritti nelle saghe.

. Nella Saga Hrafns dice: “il tempo era spesso tempestoso… Il re si guardò intorno e non vedeva il cielo azzurro… Allora il re prese la pietra del sole e lo sollevò e poi vide dove [il Sole] con travi a vista dalla pietra “.

Ma è vera questa storia o è una leggenda?Alcuneelementi che la confermano sono i seguenti:

  • Il cristallo di cordierite può essere trovato come ciottoli della costa norvegese. Ha proprietà birifrangenti e dicroiche, cambiando colore e luminosità quando viene ruotato di fronte a luce polarizzata. Con un cristallo adeguatamente spaccati è facile disegnare la direzione di polarizzazione luminosa: il suo colore cambia (ad esempio, dal blu al giallo chiaro) quando punta verso il sole. [Curiosamente, i Vichinghi frequentato l'Islanda, la prima fonte d'Islanda Spar (calcite ottico), che ha avuto un ruolo così importante nella scoperta e lo studio della polarizzazione. Ancora oggi, sono utilizzati  questi minerali]
  • Alle alte latitudini il sole rimane per lungo tempo vicino all’orizzonte, che produce il miglior modello di polarizzazione luminosa per la navigazione.
  • Luce e nebbia coperto di nubi sottili non eliminano polarizzazione lucernario

da: Navigazione vichinga

I Vichinghi sanno che il sole a mezzoggiorno è perpendicolare alla superficie del mare.In altri momenti della giornata usavano un altro strumento detto cuscinetto o quadrante.

Il quadrante cuscinetto era una superficie con un asta nel centro, che segnava l’ombra del sole in ogni momento della giornata. Così potevano risalire alla rotta seguita per ritornare indietro.

Nelle giornate coperte i Vichinghi invocavano la pietra-sole un minerale chiamato ‘Spar islandese’, che cambiava colore con la direzione.da: viking

cordierite

Altri articoli:

Alaska Science Forum

navigation

Recensione: Secret of the Viking navigators, di Leif K. Karlsen


Aspetti dello sviluppo industriale nel Medioevo

Aspetti dello sviluppo industriale nel Medioevo

1. Introduzione

“La cultura accademica, bene o male, ormai sa che il Medioevo non è un’epoca di sottosviluppo, di oscurantismo, di ignoranza e ancora meno di tirannia. Non sempre, tuttavia, questo si trasmette a chi frequenta la università [...].
“Vi sono, poi, sacche di resistenza dove si continuano a veicolare pregiudizi e sciocchezze sul Medioevo [...].
[...] Per molti il pregiudizio è di carattere ideologico, anticlericale: si rendono conto che l’anima del Medioevo è la fede cattolica, e quindi si rifiutano di prenderlo in considerazione seriamente. Per altri insegnanti credo che, al di là di ogni prospettiva ideologica, il problema sia semplicemente costituito dalla mancanza di aggiornamento, di preparazione, di curiosità intellettuale” (1).

Con queste parole Régine Pernoud, uno dei più autorevoli studiosi della civiltà medioevale europea, definisce lo stato delle conoscenze sul Medioevo nelle scuole francesi. Senza fatica, credo, le stesse considerazioni potrebbero applicarsi alla situazione italiana, dove, oltre la cerchia degli specialisti, l’informazione sul Medioevo risente degli stessi pregiudizi anticattolici denunciati dalla ricercatrice francese.

Tali pregiudizi sono il risultato di una pressione culturale che ha origini lontanissime – riscontrabile nel Rinascimento, esplicita nel movimento protestantico, attiva nell’illuminismo – e il cui scopo è la rimozione dalla memoria storica dei cattolici di ogni nozione di civiltà cristiana, cioè della “realizzazione, nelle condizioni inerenti ai tempi e ai luoghi, dell’unico vero ordine tra gli uomini” (2).

Uno dei risultati di questa campagna plurisecolare di disinformazione è la “leggenda nera” sul Medioevo, cioè l’alone cupo che grava su ogni espressione del mondo medioevale (3). Manifestazioni di tale “leggenda” sono i luoghi comuni più grossolani e, purtroppo, ampiamente diffusi nella cultura corrente. Basti ricordare le fantasie intorno allo ius primae noctis, o le varie figurazioni del “signorotto feudale” che governa tirannicamente folle di contadini abbrutiti dalla fatica, oppure, ancora, l’idea dell’Inquisizione, dei roghi e della caccia alle streghe, fenomeni, questi ultimi. che sebbene siano apparsi qualche secolo dopo l’epoca medioevale, vengono considerati come un suo prodotto e descritti, fra l’altro, con proporzioni assolutamente deformate anche rispetto alla loro realtà storica (4).

Tale “leggenda nera” non è costituita, tuttavia, solo dalle notizie che si sono sedimentate in secoli di storiografia di parte, ma anche dalle innumerevoli omissioni sull’epoca medioevale e sulle sue realizzazioni.

Nell’opinione comune il Medioevo è un’epoca sterile sotto tutti i punti

di vista, è un puro lasso di tempo, come denota il nome stesso già semanticamente caratterizzato: Medioevo, ovvero Età Media fra due epoche, l’antichità classica e il Rinascimento, che godono invece di un unanime giudizio positivo. Eppure – si chiede Régine Pernoud – come è possibile che un’epoca considerata di sottosviluppo ci abbia lasciato le cattedrali (5)? E – si potrebbe incalzare – come è possibile che dalla civiltà medioevale sorgano città ancora oggi ammirate per la loro bellezza e per la loro “vivibilità”? Com’è possibile che in un periodo così oscuro siano nate le università, o abbiano visto la luce capolavori artistici e letterari incomparabili? O che il commercio o il semplice spirito di avventura abbiano spinto uomini nell’allora lontanissimo Oriente per allacciare contatti con genti sconosciute? Strana oscurità, strana barbarie, quelle medioevali! E strana storiografia quella che non riesce a giustificare un divario cosi macroscopico tra il fatto e il giudizio!

Fra gli aspetti della civiltà medioevale che più hanno patito le falsità e i silenzi della “leggenda nera”, sicuramente occorre annoverare il mondo delle invenzioni, dell’industria e, in generale, il mondo della tecnica. Se, nella cerchia degli specialisti, la scoperta di numerosi manoscritti di carattere tecnico ha ribaltato l’opinione relativa a un Medioevo arretrato anche da questo punto di vista (6), permane tuttavia, negli altri gradi di istruzione, l’idea di un’epoca tecnologicamente infeconda, verso la quale il prodigioso sviluppo industriale dei secoli successivi non sarebbe in nulla debitore.

A dissipare questi luoghi comuni contribuiscono felicemente un denso volumetto di Jean Gimpel, La révolution industrielle du Moyen Age (7), e un lungo articolo di Terry S. Reynolds, Le radice medioevali della Rivoluzione industriale (8).

Non ancora tradotto in italiano e reperibile soltanto nelle edizioni francese e inglese, l’opera di Jean Gimpel, studioso di storia della tecnologia, possiede tutti gli elementi per replicare un successo editoriale dello stesso autore, Costruttori di cattedrali (9).

Il pregio dell’opera è, infatti, quello di unire al taglio indiscutibilmente divulgativo dell’esposizione, un altrettanto indiscutibile serietà scientifica, quale si evince dalle numerose fonti originali citate e dagli abbondanti riferimenti bibliografici (10).

A questo si deve aggiungere un ulteriore elemento di interesse, costituito dal suo carattere di grande respiro. Jean Gimpel infatti, per suffragare la tesi di un Medioevo fortemente industrializzato, percorre a uno a uno tutti i settori produttivi dell’epoca, soffermandosi anche su aspetti collaterali come la disciplina giuridica del lavoro e fenomeni di inquinamento.

Non meno utile, pure se limitato alle dimensioni di un articolo, è lo studio di Terry S. Reynolds. L’autore, laureato in storia e professore alla Michigan Technological University, negli Stati Uniti, tende a mostrare il ruolo avuto dall’introduzione durante il Medioevo delle macchine azionate ad acqua per il successivo sviluppo industriale dell’Occidente.

Entrambi gli autori concordano sull’importanza dell’utilizzo dell’energia

idraulica nella trasformazione dell’economia medioevale: si tratta di

un fenomeno che passo a esporre, sia pure succintamente, perché da solo può contribuire a smascherare molte falsità.

Lo sfruttamento dell’energia idraulica[...]

Ambiente e inquinamento[...]

Conclusione

Il quadro tracciato – desunto dall’opera di Jean Gimpel e dall’articolo di Terry S. Reynolds – non esaurisce certamente la molteplicità degli interessi e degli ambiti ai quali si rivolge l’uomo medioevale. Una scorsa anche rapida alla cronologia delle invenzioni e delle innovazioni tecnologiche che si sono succedute dall’Alto al Basso Medioevo dà un’idea delle dimensioni del fenomeno e, dunque, dello sforzo che occorrerebbe compiere per comprenderlo e renderlo patrimonio della cultura dei nostri giorni, a partire da quella scolastica (37).

Tuttavia i dati riportati consentono di accettare i giudizi ai quali gli stessi Jean Gimpel e Terry S. Reynolds più volte giungono nel corso delle loro considerazioni. Rovesciando uno dei luoghi comuni più diffusi, quello del Medioevo come intervallo fra epoche di “autentico” progresso, Jean Gimpel afferma che “i secoli XI, XII, XIII hanno creato una tecnologia sulla quale la rivoluzione industriale del secolo XVIII si è appoggiata per prendere il proprio slancio. Le scoperte del Rinascimento hanno svolto soltanto un ruolo limitato nell’espansione dell’industria in Inghilterra nei secoli XVIII e XIX.

“In Europa, in tutti i campi, il Medioevo ha sviluppato più di qualsiasi altra civiltà l’uso delle macchine. È questo uno dei fattori determinanti della preponderanza dell’emisfero occidentale sul resto del mondo” (38).

Allo stesso modo – sottolineando come di solito il termine “Rivoluzione industriale”, usato per indicare la sostituzione del lavoro manuale con le macchine a vapore fra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, suggerisca l’idea di una “frattura brusca nei confronti degli sviluppi dei secoli precedenti” – Terry S. Reynolds afferma che “la storia dell’energia idraulica nell’Europa del Medioevo e dell’inizio dell’Era moderna presenta un quadro diverso. [...] In altri termini sarebbe più corretto considerare l’ascesa dell’industria europea un processo evolutivo risalente almeno all’VIII o IX secolo, quando gli ingegneri europei cominciarono ad applicare ampiamente l’energia idraulica a processi industriali” (39).

Da ultimo, mi pare si imponga una considerazione. Il concreto progresso tecnico raggiunto nel Medioevo, insieme con la solida prosperità economica che ne è derivata, se, da un lato, contribuiscono a smantellare le menzogne della “leggenda nera”, dall’altro non devono essere considerati come espressioni a sé stanti della civiltà medioevale, quasi fossero separati dalla spiritualità che ha permeato di sé tutto il millennio e che ne ha costituito il carattere unitario.

Al contrario, mondo della produzione, mondo del lavoro e mondo della tecnica emergono e si sviluppano in quello stesso solco della regola benedettina dal quale emergono e si sviluppano anche le più vitali e le più ricche fra le istituzioni medioevali. Scrive Terry S. Reynolds che “uno fra gli elementi più critici nel mutamento del clima tecnologico dell’Europa occidentale fu il sistema monastico, fondato sulle regole formulate nel VI secolo da San Benedetto” (40), confermando con tale giudizio quello di Régine Pernoud, secondo cui la regola benedettina, oltre a creare una “spiritualità del lavoro”, spinge gli uomini durante il Medioevo a “una serie di sforzi per migliorare la loro situazione e le loro risorse” (41).

Questa stretta integrazione fra due ambiti tanto diversi – il mondo tecnico-economico e il mondo spirituale – non deve stupire: essa non è che una espressione di quella concordanza tra sacerdozio e impero, tra spirituale e temporale, tra fede c cultura, che gli uomini del Medioevo, con alterne fortune, tentano di perseguire conformando allo spirito cristiano leggi, istituzioni e costumi. Ed è anche, nelle sue manifestazioni meno contingenti, parte del patrimonio che essi trasmettono agli uomini di oggi perché costruiscano la Cristianità di domani.

Luciano Benassi

Quaderni di Cristianità, anno II, n. 4, primavera 1986, pp. 20-31

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note

(1) Régine Pernoud, “Il Medioevo: l’unica epoca di sottosviluppo che ci abbia lasciato delle cattedrali”, intervista a cura di Massimo Introvigne,

in Cristianità, anno XIII, n. 117, gennaio 1985.

(2) Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3a ed. it. accresciuta. Cristianità, Piacenza 1977, p. 94.

(3) Sulla genesi e sugli scopi della propaganda antimedioevale, cfr. Marco Tangheroni, La “leggenda nera” sul Medioevo, in Cristianità, anno VI, n. 34-35, febbraio-marzo 1978.

(4) Per quanto attiene all’Inquisizione in generale e a quella spagnola in particolare, cfr. Jean Dumont, Procès contradictoire de l’Inquisition espagnole, Famot, Ginevra 1983; e, Idem, L’Inquisizione fra miti e interpretazioni, intervista a cura di Massimo Introvigne, in Cristianità, anno XIV, n. 131, marzo 1986.

(5) Cfr. Régine Pernoud, intervista cit.

(6) Per il recupero della tecnica e delle invenzioni medioevali è stato rilevante il contributo dato da Marc Bloch e dalla scuola sorta intorno alle Annales d’Histoire éeconomique et sociales, da lui fondata tra le due guerre insieme a Lucien Fabvre. Tuttavia, una parte di tale scuola utilizzò l’abbondante documentazione raccolta in senso economicistico e sociologistico, facendo da supporto a prospettive storiografiche marxistiche. Sul metodo e sulle scelte tematiche di questo autore cfr., per esempio, M. Bloch, Lavoro e tecnica nel Medioevo, trad. it., 6a ed., Laterza, Bari 1977.

(7) Cfr. Jean Gimpel, La révolution industrielle du Moyen Age, Éditions du Seuil, Parigi 1975, pp. 256.

(8) Cfr. Terry S. Reynolds, Le radici medioevali della Rivoluzione industriale, in Le Scienze – edizione italiana di Scientific American, anno XVII, vol. XXXIII, n. 193, settembre 1984, pp. 110-121.

(9) Cfr. J. Gimpel, Costruttori di cattedrali, trad. it. dell’edizione illustrata, Jaca Book, Milano 1982; per farsi un’idea della gamma di interessi dell’autore e della prospettiva a essa soggiacente, cfr. Idem, Sviluppo tecnologico medioevale e Terzo Mondo, intervista a cura di Luciano Benassi, in Cristianità, anno XIV, n. 134-135, giugno-luglio 1986, dove si trovano anche suoi elementi bio-bibliografici.

(10) Il che, evidentemente, non esclude imprecisioni di dettaglio: cfr., per esempio, Dom Jean Leclercq O.S.B. La donna e le donne in S. Bernardo, trad. it., Jaca Book, Milano 1985, pp. 108-110, a proposito di una presunta manifestazione di ostilità del santo verso i mulini affermata in J. Gimpel, La révolution industrielle du Moyen Age, cit., p. 10.

[...]

(37) Cfr. la cronologia delle invenzioni e delle innovazioni tecnologiche dal secolo VI al XV, ibid., pp. 245-249.

(38) Ibid., p. 9.

(39) T. S. Reynolds, art. cit., p. 110.

(40) Ibidem.

(41) R. Pernoud, intervista cit. I motivi scritturali e dottrinali che fondano l’integrazione del lavoro umano nella vita spirituale per generare una “spiritualità del lavoro” sono ricordati e ribaditi anche dal più recente Magistero pontificio: “Dato che il lavoro nella sua dimensione soggettiva è sempre un’azione personale, actus personae, ne segue che ad esso partecipa l’uomo intero, il corpo e lo spirito, indipendentemente dal fatto che sia un lavoro manuale o intellettuale. All’uomo intero è pure indirizzata la Parola del Dio vivo, il messaggio evangelico della salvezza, nel quale troviamo molti contenuti – come luci particolari – dedicati al lavoro umano. [...] è necessaria un’adeguata assimilazione di questi contenuti: occorre lo sforzo interiore dello spirito umano, guidato dalla fede, dalla speranza e dalla carità, per dare al lavoro dell’uomo concreto [...] quel significato che esso ha agli occhi di Dio, e mediante il quale esso entra nell’opera della salvezza” (Giovanni Paolo II, Enciclica Laborem exercens, del 14-9-1981, n. 24).


l’anticattolicesimo de “il codice da Vinci”, di Dan Brown

Pregiudizi anticattolici dietro al successo de «Il codice da Vinci» di Brown

di FRANCO CARDINI

È uno dei successi incontrastati di quest’anno, non solo in Italia. Pare infatti che almeno un paio di milioni di lettori in giro per il mondo abbiano apprezzato «Il codice da Vinci» di Dan Brown. Come tutti ormai sapranno, si tratta di un romanzo, sebbene il suo autore scriva a mo’ di introduzione che «il Priorato di Sion – società segreta fondata nel 1099 – è una setta realmente esistente. Nel 1975, presso la Bibliothèque Nationale di Parigi, sono state scoperte alcune pergamene…», e via di questo passo.

Il presupposto del romanzo è che questa organizzazione sia depositaria di segreti che la Chiesa ha tenuto nascosti e che riguardano la vita, l’opera e l’eredità spirituale del Cristo. Non si tratta di una idea nuova. Già dal 1972 l’esoterista francese Pierre Plantard – che si proclamava, apparentemente senza ironia, discendente dei merovingi e custode del Graal – aveva introdotto l’idea di questo Priorato di Sion, a suo dire esistente da oltre mille anni.

La prova sarebbero i famosi documenti citati anche dal Brown, ritrovati nelle biblioteche, dove però li aveva opportunamente disseminati, dopo averli scritti, lo stesso Plantard. Il quale a sua volta non faceva che rimasticare e stravolgere leggende vecchie di alcuni decenni e riguardanti Rennes le Château, un paesino francese ai piedi dei Pirenei orientali.

A cavallo fra ’800 e ’900 vi operava il parroco Berenger Saunière, sospeso a divinis per via delle sue attività illecite. Esecutore di frequenti scavi nella cripta e nel cimitero del paesino, si diceva avesse accumulate consistenti ricchezze, che facevano sognare di tesori nascosti e ritrovati (anche se più prosaicamente, per quanto se ne sa, si trattava del traffico di donazioni e di messe). La sua storia sarebbe finita qui, se alcuni loschi personaggi (fra i quali la sua perpetua, che ne possedeva l’eredità) non avessero continuato a speculare nei decenni successivi sulla presenza di misteriosi tesori “medievali” appartenuti ai catari, un movimento religioso particolarmente attivo nel Midi francese, dichiarato eretico e perseguitato a partire dal Duecento.
Negli anni ’60, dopo essere cadute nelle mani di alcuni esoteristi e di giornalisti con pochi scrupoli, le leggende furono diffuse su scala nazionale. Sulla scia di Plantard, altri personaggi – soprattutto gli inglesi Baigent, Leigh e Lincoln – hanno montato un’impresa editoriale incentrata su presunti “misteri” del Santo Graal che, basandosi su un cumulo di imprecisioni e di menzogne, ha fruttato loro un capitale.

Il parroco avrebbe scoperto il segreto di Rennes le Château, dove sarebbe depositato non solo un tesoro favoloso, ma anche e anzi soprattutto la verità stessa sulle origini e la storia del cristianesimo, occultata per secoli dalla Chiesa cattolica: Gesù Cristo aveva avuto figli da Maria Maddalena, che dunque portano in sé il sangue stesso di Dio. I catari, i templari, e altri grandi “iniziati” avrebbero custodito e tramandato il segreto per circa due millenni. Sarebbe questo il Priorato di Sion del quale – e come potrebbe essere il contrario – Plantard e gli altri farebbero parte. Negli anni ’90, altri due “ricercatori” avrebbero addirittura “rivelato” la presenza del Sepolcro del Cristo, e il suo corpo, nascosto ai non iniziati sul Monte Cardou, ancora nelle montagne di Rennes.

Dan Brown, insomma, è solo l’ultimo in una lunga serie di piccoli e grandi, comunque abili venditori di finti misteri. Misteri creati artificialmente e proprio per questo in fondo assai banali, che però un adeguato battage pubblicitario e una buona dose di pregiudizio anticattolico, sempre di moda, portano ogni volta al successo.

© La Stampa, 31 marzo 2004

fonte


il rinascimento religioso del XII sec

tratto da: ” la lettera che uccide è fatta di parole senza spiegazioni”, di André Vauchez – Osservatore Romano

Oggigiorno nessuno potrebbe mai classificare Francesco d’Assisi come un fanatico religioso o un uomo di spirito settario. Al contrario, poche figure di santi cattolici sono così ben viste dai nostri contemporanei, non solo nell’insieme delle Chiese cristiane, ma anche presso i musulmani, i buddisti e, in maniera generale, dai non cristiani, come attesta il fatto che Papa Giovanni Paolo II abbia scelto proprio Assisi nel 1986 per la famosa giornata di preghiera per la pace. Non è neanche eccessivo vedere nel Poverello una delle grandi figure spirituali dell’umanità, alla quale ciascuno ha la possibilità di riferirsi al di là delle differenze confessionali e delle divergenze dottrinali.[…]

Il grande movimento designato sotto il nome di “Rinascimento del XII secolo” può in effetti definirsi come un tentativo sistematico di ritorno alle fonti, nel doppio senso di questo termine che rinvia sia alle origini che ad un corpo testuale libero dalle scorie di una tradizione deformante. Questa aspirazione generale ha abbracciato delle forme molto varie, sin dal ritorno in vigore del cursus antico negli atti di cancelleria e dalla restaurazione di forme di produzione architettoniche e decorative paleocristiane nelle basiliche romane fino ai tentativi dei giuristi di Bologna di ritrovare il testo originale ed integrale del diritto imperiale romano, al di là delle compilazioni parziali dell’alto medioevo. In tutti i campi si rese dunque necessario il passaggio da una tradizione impura – testi incompleti, apocrifi o falsi – ad una tradizione più pura, vale a dire ad un testo fondatore considerato come l’archetipo ed il modello ideale. Questa “reformatio” ante litteram si instaura in un contesto culturale dove si prefigurava il progresso come un ritorno alla perfezione delle origini e dove anche un pensatore apparentemente così rivolto verso il futuro come Gioacchino di Fiore “non concepisce l’anticipazione delle cose a venire se non come una vasta anamnesi del passato”.

A proposito della sacra Scrittura questa aspirazione fu all’origine della ricerca appassionata della hebraica veritas, vale a dire di una lettura cristiana fondata sul testo ebraico della Bibbia, impresa nella quale si lanceranno certi esponenti della scuola dei Vittorini, convinti che l’accesso ai sensi veritieri dell’Antico Testamento passasse per la riscoperta della sua littera. Questa propensione si ritrova ugualmente, mutatis mutandis, nella maggior parte dei movimenti religiosi dell’epoca, sia che si tratti della riforma detta gregoriana, accentrata sul ritorno all’Ecclesiae primitivae forma, o dell’ideale della Vita Apostolica, radicata nel modello della prima comunità cristiana di Gerusalemme, così com’è descritta negli Atti degli Apostoli (4, 32-35). Com’è noto, quest’ultimo testo, ispirò all’epoca delle esperienze religiose molto diverse come quella dei canonici regolari discepoli delle differenti varianti della regola detta di sant’Agostino, fino a quella della comunità di Fontevrault, così come Roberto d’Arbrissel la concepisce attorno al 1100.

È in questo contesto che è apparsa, all’inizio del dodicesimo secolo, l’idea che il Vangelo potesse costituire lui solo la regola della vita cristiana. Santo Stefano di Muret, il fondatore dell’abbazia di Grandmont, scrisse in effetti di quest’epoca, a favore dei suoi primi compagni, che “non c’è altra regola se non quella del Vangelo di Cristo” e che quest’ultimo rappresentava la sola via attraverso la quale un cristiano potesse sperare di guadagnare il Regno dei Cieli.

Ma quest’intuizione, che precede di un secolo buono quella del tutto simile di san Francesco, non trovò ai suoi tempi risonanza nella Chiesa. In effetti, per tutto il dodicesimo secolo, l’evangelismo si sviluppò soprattutto nell’ambito di movimenti di contestazione religiosa che agivano per un ritorno alla pura tradizione cristiana che la Chiesa avrebbe tradito, almeno a cominciare da Silvestro e Costantino, attaccandosi ai beni di questo mondo e lasciandosi corrompere dall’esercizio del potere temporale. Taluni, come i catari, le rimproveravano anche di aver volontariamente dissimulato una parte del messaggio divino che aveva per missione di trasmettere, in particolare il carattere puramente spirituale della salvezza, così come viene definita nel vangelo di Giovanni, ed aspiravano ad un evangelismo integrale fondato sul rigetto dell’Antico Testamento e di tutte le mediazioni sacramentali ed istituzionali tra il divino e l’umano. A furia di brandire il Vangelo contro la Chiesa e di condannarla in suo nome, questi movimenti finirono per creare un vero e proprio sospetto all’interno della Chiesa, sia da parte dei laici che richiedevano il diritto di accedere direttamente alla Parola di Dio, sia da parte del clero che si opponeva a queste richieste. Ci volle tutta la santità personale di Francesco per ridurre questa frattura e reintegrare l’ideale evangelico nell’ambito dell’istituzione.

Come abbiamo visto, si affermò, parallelamente, a diversi livelli, la tendenza a ritornare all’interpretazione letterale dei testi fondatori per ritrovarvi il significato originale. Così, nelle prime generazioni cistercensi e nella loro polemica contro il vecchio monachesimo si esprime il desiderio di ritrovare l’intenzione originaria, vale a dire lo spirito autentico, della regola di san Benedetto, come sottolinea il prologo dell’Exordium magnum ordinis Cistercensis:

“Ad puritatem simplicitatemque sanctae regulae pure simpliciterque tenendam prompto animo flagrantes, [...] qui perfectionis vitae et regulae sancti patris Benedicti ad litteram tenendae desiderio, arctam et angustam viam ingressi sunt”.

In Francesco, che inizialmente era un laico, si ritrova ancora più nettamente la tendenza, comune a tutti i movimenti religiosi popolari dell’epoca, a prendere sul serio le parole stesse del testo sacro.