Crociate
“Non c’è dubbio che le crociate rallentarono l’avanzata dell’islam. La presenza degli stati crociati nel vicino Oriente per quasi due secoli ha messo certamente in difficoltà la potenza islamica e rallentato la costituzione di uno stato islamico unitario. Anche le crociate che fallirono o addirittura quelle che non si realizzarono costrinsero le potenze musulmane a distogliere risorse dagli attacchi all’Occidente alla difesa dei propri territori. Come minimo, dunque, le crociate hanno offerto all’Europa un pò di respiro. A giudicare da quante volte ha evitato per un soffio un’invasione turca nel Quindicesimo e Sedicesimo secolo, l’Europa aveva bisogno di quel respiro” (Thomas Madden).
La riconquista cristiana del Mediterraneo nei secoli XI e XII
tratto da: Voci per un «Dizionario del pensiero forte».Da: Storialibera
Il Medirerraneo “mare musulmano”
Ibn Khaldun (1332-1406) – il maggior storico arabo – così ripensava alla grandezza della potenza navale musulmana nel Mediterraneo nel secolo X e al successivo declino: “I musulmani avevano raggiunto il controllo su tutto il Mediterraneo. Il loro potere e il loro dominio su di esso furono grandi e nulla potevano i cristiani contro le flotte musulmane in nessuna sua parte. [...] i cristiani erano obbligati a passare con le loro navi nella parte nord-est del Mediterraneo, per toccare le regioni marittime appartenenti ai franchi e agli slavi e alle isole romane. La flotta dei musulmani si accaniva su quelle dei cristiani come il leone si accanisce sulla sua preda”. Ma in seguito, per l’azione delle flotte cristiane, “[...] i musulmani divennero stranieri al Mediterraneo. La sola eccezione era costituita da pochi abitanti delle regioni costiere, ancora attivi sul mare”.
In effetti, nel corso di cento anni, dall’inizio del secolo XI all’inizio del XII, il cambiamento è spettacolare e radicale. Come scrive lo storico francese Robert Fossier, “la riconquista del Tirreno costituisce un evento fondamentale nella storia dell’Europa medievale”. Ne sono protagonisti, con le loro navi, pisani e genovesi, con una serie di imprese navali, dapprima volte a contenere le marinerie islamiche, poi, ben presto, miranti a imporre la loro superiorità. Soltanto nel secolo XII, una volta raggiunto il risultato, le due repubbliche marinare diventano nemiche fra loro, aprendo così duecento anni di rivalità e di conflitti, destinati a risolversi con la definitiva affermazione della superiorità della repubblica ligure.
Va ricordato che nel secolo IX, forti della loro superiorità marittima, i saraceni erano arrivati, oltre che a conquistare la Sicilia e a isolare la Sardegna, a costituire un emirato a Bari (840-870), a installarsi alle foci del Garigliano e, da qui, a compiere scorrerie contro la stessa Roma – con l’attacco alle basiliche di San Pietro e di San Paolo fuori le Mura nell’846 -, a insediarsi a lungo in Provenza. Lungo le coste rimaste cristiane sopravviveva soltanto una limitata attività di piccolo cabotaggio. Solo la Repubblica di Venezia e il Ducato di Amalfi rimanevano attivi sul mare, la prima collegata a Costantinopoli, sia pure non senza pericoli, attraverso l’Adriatico e lo Ionio, il secondo inserito piuttosto, come capolinea cristiano, nel sistema economico-marittimo del mondo islamico.
2. Quasi una crociata: le spedizioni di pisani e di genovesi nel Mediterraneo Occidentale
Nel 1015-1016, sollecitate da Papa Benedetto VIII (1012-1024), Pisa e Genova intervengono con successo in Sardegna, dove al-Mugiahid (?-1044), signore della città di Denia – oggi nella provincia spagnola di Alicante -, e anche delle Baleari, tentava di colonizzare almeno parte dell’isola e di costituire un potente Stato marittimo. Dopo questa prima vittoria – che apre la strada alla penetrazione pisana e genovese in Sardegna – nel 1034 gli audaci marinai e guerrieri della città toscana attaccano vittoriosamente la città africana di Bona – oggi il porto algerino di Annaba – e nel 1064 Palermo, ancora musulmana. Quindi decidono di investire le ricchezze ottenute con il saccheggio del porto della città siciliana nell’avvio della costruzione della grande cattedrale intorno alla quale, nei secoli, verrà edificato un complesso di edifici non a torto paragonato, per la sua capacità di esprimere compiutamente una civiltà, alla collina del Partenone di Atene.
Nel 1087 Pisa e Genova guidano, contro l’allora importantissima città africana di al-Mahdiya – oggi piccolo porto tunisino -, che secondo Giuseppe Scalia “[...] rappresentava il più serio pericolo per la sicurezza del commercio marittimo”, una grande spedizione della quale facevano parte anche amalfitani, romani e altri contingenti italiani. Le fonti arabe più affidabili parlano di trecento navi e di trentamila uomini. La spedizione si conclude con una straordinaria vittoria, che stupisce i contemporanei per l’imponenza delle difese della città, e ha alcune caratteristiche che l’avvicinano alla prima crociata, svoltasi pochi anni dopo: il suo carattere marcatamente religioso, la sollecitazione da parte di Papa Vittore III (1086-1087) e il signum Petri, il “segno di Pietro” – quasi certamente la croce – posto sulle bisacce dei partecipanti.
A Pisa, un poeta anonimo compone un elegante poemetto in latino, il Carmen in victoriam Pisanorum, ricco di citazioni classiche e bibliche, nel quale sottolinea sia la ripresa della «romanità», sia lo spirito religioso dell’impresa. Ecco, per esempio, l’inizio: “Inclitorum Pisanorum scripturus istoriam, / antiquorum Romanorum renovo memoriam: / nam extendit modo Pisa laudem admirabilem, / quam recepit olim Roma vincendo Carthaginem”, “Scrivendo la storia degli illustri pisani, rinnovo la memoria degli antichi romani: infatti ora Pisa continua la mirabile gloria che ebbe un tempo Roma vincendo Cartagine”. E, per l’aspetto religioso, fra i molti passi che vi insistono, si possono citare i versi 43-44: “Non curant de vita mundi nec de suis filiis / pro amore Redemptoris se donant periculis”, “Non si preoccupano della vita terrena o dei figli, per amore del Redentore si gettano nei pericoli”.
Non sono mancati storici che hanno considerato queste imprese marittime come ispirate da sole motivazioni economiche, come se l’aspetto religioso fosse stato soltanto una specie di travestimento, una sovrastruttura ideologica. Ma si tratta di un’operazione metodologicamente scorretta, perché non è lecito ignorare il consenso unanime delle fonti. E’ significativo che, con i proventi della spedizione, i pisani decidessero di costruire una chiesa intitolata a Papa san Sisto II (257-258): una vera e propria “chiesa civica”, nella quale si terranno per secoli le riunioni degli organi ristretti di governo, mentre quelle del Consiglio Generale avranno come sede abituale la cattedrale. Si deve pure ricordare che uno degli obiettivi delle spedizioni era poi sempre quello di liberare le centinaia o migliaia di schiavi cristiani nelle mani dei saraceni.
Ciò non significa che i risultati conseguiti anche dal punto di vista economico e da quello politico non fossero notevoli, tanto più che contemporaneamente, nella seconda metà del secolo XI, i normanni procedono alla riconquista della Sicilia, islamizzata da circa duecento anni. Pisani e genovesi si preoccupano indubbiamente di ottenere favorevoli condizioni doganali per i loro traffici e la concessione di edifici loro riservati, i “fondaci”, con una chiesa, un forno, case, bagni e magazzini.
3. Le repubbliche marinare italiane a fianco dei crociati
Alla fine del secolo XI l’appello lanciato da Papa beato Urbano II (1088-1099), alla fine del concilio di Clermont, in Francia, nel novembre del 1095, perché i cavalieri cristiani intervenissero in aiuto dei fratelli orientali e dei pellegrini in Terrasanta, minacciati gli uni e gli altri dall’espansione dei turchi selgiuchidi, apre nuove prospettive anche a Pisa e Genova, i cui mercanti-navigatori avevano già saltuari contatti con l’Oriente, in particolare con l’Egitto. Daiberto, arcivescovo di Pisa (vescovo dal 1088, arcivescovo dal 1092-1107), uno dei consiglieri più vicini al Papa, viene incaricato di organizzare gli indispensabili soccorsi navali.
Una prima flotta parte da Genova nel 1098 e ha una parte importante nell’ultima fase della spedizione crociata; una seconda, forte di ben centoventi navi, muove l’anno successivo da Pisa e, giunta in Terrasanta poco dopo la conquista di Gerusalemme, ha un ruolo decisivo nella conquista delle città marittime e nell’assicurare il mantenimento della Città Santa. Anche Venezia, in un primo tempo incerta a causa dei suoi stretti legami con l’impero bizantino, organizza una potente flotta che prende a operare nelle acque siro-palestinesi.
Dunque, le città marinare non sostengono la prima crociata alla ricerca di nuovi mercati, come talora si ripete; ma è più corretto dire che la prima crociata apre loro nuove possibilità di espansione economica. In cambio del sostegno agli Stati «latini», instaurati in Terrasanta dai crociati, esse ottengono concessioni di favorevoli condizioni commerciali e di quartieri nelle città della costa. Nei primi anni del secolo XII le flotte cristiane impongono la propria superiorità anche nel Mediterraneo Orientale, riducendo l’azione delle navi musulmane a una semplice, anche se fastidiosa, guerra di corsa.
Nel 1113-1115 Pisa rivolge nuovamente la sua attenzione al Mediterraneo Occidentale, dando vita alla più imponente delle sue spedizioni navali: quella per la conquista di Maiorca, base principale della pirateria islamica, nella quale era tenuto in condizioni di schiavitù un gran numero di prigionieri cristiani. L’impresa, di enorme difficoltà anche dal punto di vista tecnico – si pensi alla necessità di trasportare a grande distanza non solo molti uomini, ma pure un buon numero di cavalli -, è felicemente condotta a termine grazie all’alleanza con Raimondo Berengario III il Grande, conte di Barcellona dal 1096 al 1131, con la conquista dell’isola e della munitissima capitale. Per la verità, Maiorca è di lì a poco riconquistata dai musulmani berberi Almoravidi, ma, oltre alla liberazione dei prigionieri, la spedizione era servita a stabilire definitivamente la supremazia cristiana nel Mediterraneo Occidentale.
Dopo l’impresa balearica – cantata in un bel poema latino in esametri, il Liber Maiorichinus -, Pisa non prende più iniziative militari importanti in quei mari. Genova si impegna ancora, verso la metà del secolo XII, attaccando Minorca, sostenendo la conquista castigliana di Almeria e quella catalana di Tortosa, alla foce dell’Ebro (1146-1148); poi, anch’essa, si accontenta della supremazia raggiunta.
Ormai, a una prima fase, marcata soprattutto da azioni militari, seguiva una fase di stabilizzazione dei rapporti, attraverso la stipula di regolari trattati. Una fonte araba – nota in Occidente come Livre des deux jardins perché giunta in versione francese – distingue bene, appunto, un primo periodo in cui pisani e genovesi “[...] erano a volte guerrieri temibili che facevano seri danni e bruciavano di un odio inestinguibile, a volte viaggiatori che si imponevano all’Islam con il commercio e sfuggivano al rigore dei regolamenti”, e un secondo periodo, nel quale erano stati conclusi trattati vantaggiosi, sì che “[...] essi ci portano come merci quelle stesse armi con cui prima ci combattevano”.
4. Le rivalità fra repubbliche marinare e la perdita della supremazia
Ma, soprattutto, hanno conseguenze negative per la Cristianità le rivalità accesesi nel Mediterraneo fra le città marinare italiane: Pisa e Genova lottano per il primato politico e di giurisdizione ecclesiastica in Corsica e in Sardegna, per quello commerciale in Provenza e in Africa, mentre in Oriente Genova e Venezia aprono un duello destinato a pesare ancora, secoli dopo, quando ai turchi selgiuchidi succedono, ancora più minacciosi, i turchi ottomani.
Tuttavia, non vanno dimenticati l’importanza delle audaci imprese marittime delle repubbliche marinare italiane, l’apporto decisivo garantito al mantenimento, per due secoli, delle posizioni crociate nel Vicino Oriente, l’impulso dato al commercio e allo sviluppo economico dell’Occidente, le sofferenze, le fatiche, le perdite umane patite in nome della fede cristiana.
Per approfondire: vedi un quadro generale, in Robert Fossier, Il risveglio dell’Europa. 920-1250, trad. it., Einaudi, Torino 1985; e nel mio Commercio e navigazione nel Medioevo, Laterza, Roma-Bari 1996; aspetti particolari, nel mio Pisa, l’Islam, il Mediterraneo, la prima crociata: alcune considerazioni, in Toscana e Terrasanta, Olschki, Firenze 1980, pp. 30-55; in Giuseppe Scalia, Il carme pisano sull’impresa contro i Saraceni del 1087, in Studi di filologia romanza scritti in onore di Silvio Pellegrini, Liviana, Padova 1971, pp. 565-627; in Gabriella Airaldi, Genova e la Liguria nel Medioevo, in Storia d’Italia, diretta da Giuseppe Galasso, vol. V, UTET, Torino 1986; in G. Airaldi e Benjamin Kedar (a cura di), I Comuni italiani nel Regno crociato di Gerusalemme, Università di Genova, Genova 1986.
La riconquista cristiana della Sicilia (1061-1091)
tratto da: Voci per un «Dizionario del pensiero forte».
La conquista musulmana
La conquista musulmana della Sicilia, operata a partire dall’827, con lo sbarco a Mazara di truppe composte da arabi, da berberi e da ispano-musulmani, fu il frutto di una lunga guerra combattuta contro l’impero romano d’Oriente, o impero bizantino. Tappe decisive sono la conquista di Palermo, nell’830, la capitolazione della piazzaforte di Enna, in posizione strategica, nell’859, la conquista sanguinosa – accompagnata da massacri e da deportazioni, dopo disperata ed eroica resistenza – di Siracusa, nell’878, anche se dopo questa data altri centri della parte orientale dell’isola continuano a resistere, e pure a lungo. Man mano che la conquista procedeva, i musulmani applicano ai vinti le condizioni dettate dal Corano nei confronti delle «genti del Libro», cristiani ed ebrei, che, come cittadini non musulmani in uno Stato retto dalla legge islamica, sono nella condizione di dhimmi, di “protetti”: costoro sono esentati dalla zakât, la decima, ma sottoposti al pagamento della jizya, l’imposta di protezione, e potevano vivere indisturbati partecipando alla vita sociale e amministrativa dello Stato, ma non a quella politica. In particolari circostanze, o sotto alcuni capi, tale condizione non era rispettata e veniva, di fatto, assai aggravata. L’islamizzazione dell’isola è quasi completa nella parte occidentale, mentre la popolazione rimane in buona parte cristiana, di rito greco, in vaste aree della Sicilia Orientale, dove sopravvivono non pochi monasteri. Numerose, comunque, sono le conversioni di vassalli e di servi.
Alla dinastia degli Aghlabiti – fondata dall’emiro Ibrahim al-Aghlab, scomparso nell’812 – succede, dal 910, quella dei Fatimiti, di osservanza sciita – che faceva risalire le proprie origini a Fatima, figlia del profeta Muhammad (570 ca.-632) -, costretta a fronteggiare rivolte «interne», in particolare di gruppi berberi. Fra il 948 e il 1053 s’impone in Sicilia la dinastia kalbita – discendente dalla tribù dei kalb -, dotata di ampia autonomia e creatrice di una civiltà fastosa. Ma la fine dell’unità politica è segnata, dopo il 1053, da turbolente lotte fra i capi militari, al termine delle quali il potere nell’isola resta diviso fra quattro kaid, «condottieri», due dei quali berberi. Un quadro che si contrappone a un significativo sviluppo economico, conseguente sia all’introduzione di nuove tecniche agricole e artigianali, sia allo sfruttamento commerciale della posizione centrale occupata dalla Sicilia nel Mediterraneo.
2. L’arrivo dei normanni
Nel secolo IX, forti della loro superiorità marittima, i saraceni erano arrivati, oltre che a conquistare la Sicilia e a isolare la Sardegna, a costituire un emirato a Bari (840-870), a installarsi alle foci del Garigliano, nel basso Lazio, e, da qui, a compiere scorrerie contro la stessa Roma – con l’attacco alle basiliche di San Pietro e di San Paolo fuori le Mura, nell’846 -, e a insediarsi a lungo in Provenza. Tuttavia, quasi contemporaneamente, inizia la riscossa dei paesi cristiani.
Mentre il processo di riconquista della penisola iberica, occupata dai mori nel secolo VIII, parte dagli stessi abitanti, in Sicilia, dal punto di vista dei protagonisti, si dovrebbe forse parlare semplicemente di «conquista normanna». I normanni, che poco conservavano delle loro tradizioni e forme di vita originarie – quelle delle terribili scorrerie vichinghe dei secoli VIII e IX -, provenivano dal ducato di Normandia, in cui si erano insediati stabilmente, cristianizzandosi e divenendo linguisticamente francesi. Giunti in Italia, dapprima come pellegrini, quindi come mercenari, già nella prima metà del secolo XI, con il loro valore militare, che coniugava astuzia e violenza, riescono a inserirsi nella complessa realtà politica dell’Italia Meridionale, divisa in ducati tirrenici – Napoli, Gaeta e Amalfi – di origine bizantina e di fatto autonomi, principati longobardi – Benevento, Salerno e Capua -, e territori sotto il governo dell’impero d’Oriente – Puglia e Calabria -, ripetutamente scossi da rivolte degli elementi locali e dalle conseguenti controffensive imperiali.
Fra i capi normanni emerge Roberto di Altavilla (1015 ca -1085), detto il Guiscardo, cioè l’astuto, che per affermare in modo definitivo la sua autorità sopra gli altri capi militari, ognuno dotato di uomini fedeli e di terre conquistate, aveva necessità di una legittimazione, che poteva venirgli solo da una delle due autorità universali: l’Impero d’Occidente e i suoi imperatori germanici, lontani ma spesso interessati alle vicende dell’Italia del Sud, e il Papato, con il quale i rapporti divennero ben presto decisivi. Da parte loro i Pontefici della metà del secolo XI e dei decenni successivi, pur preoccupandosi della situazione politica, innanzitutto di Roma e poi anche dell’Italia Meridionale, intendevano portare a termine la riforma ecclesiastica – detta impropriamente gregoriana dal suo più celebre esponente, Papa Gregorio VII (1073-1085) -, affermando la libertas Ecclesiae contro ogni ingerenza laica, compresi gli stessi imperatori che pure, con Enrico III (1017-1056), avevano imposto pontefici riformatori alla riottosa aristocrazia romana.
Papa Leone IX (1048-1054) organizza un esercito antinormanno, clamorosamente sconfitto a Civitate, in Puglia, nel 1053. Tale battaglia, però, è la premessa di un dialogo fra gli «uomini del Nord» e la curia romana, che si concretizza, dopo l’elezione di Papa Niccolò II (1059-1061), nell’accordo di Melfi, dell’agosto del 1059. In base a questo, mentre il Pontefice assolve i normanni Riccardo di Capua (m. 1078) e Roberto il Guiscardo dalle scomuniche precedenti e riconosce le conquiste da essi conseguite, dando a Roberto il titolo di “per grazia di Dio e di San Pietro duca di Puglia e di Calabria e, con l’aiuto dei due, futuro duca di Sicilia”, essi giurano fedeltà al Papa e alla Chiesa, impegnandosi a difendere non solo i territori pontifici ma anche le nuove modalità di elezione dei papi da parte dei cardinali, frutto della riforma ecclesiastica.
3. L’inizio della riconquista
Questo accordo è la premessa del progetto di riconquista della Sicilia, preceduto dalla conquista delle città bizantine di Reggio e di Squillace, nel 1059, e dall’accordo di Ruggero d’Altavilla (m. 1101), presto noto come “il Gran Conte”, con uno degli emiri dell’isola, Ibn al-Thumna (m. 1062). Le operazioni militari hanno inizio nel 1061 con l’audace assalto, per terra e per mare, alla città di Messina, conquistata quasi senza opposizione. Gli sviluppi successivi, tuttavia, non sono altrettanto semplici, sia per la resistenza opposta da Centuripe, sito fortificato che controllava dall’alto tutta la piana di Catania, e da Castrogiovanni, ove l’emiro Ibn al-Hawas (m. 1063/1064) guidava la difesa nella valle dell’Enna, sia per la partecipazione di Ruggero alle campagne di Puglia del fratello Roberto. L’intervento nell’isola di un esercito africano è reso vano dall’importante vittoria cristiana di Cerami, nell’estate del 1063, dopo la quale gli esponenti della nuova dinastia zirita – berberi già luogotenenti dei Fatimiti – rinunciano a sostenere la presenza musulmana in Sicilia. A quella data, tuttavia, i normanni hanno il controllo diretto soltanto di Messina e del Val Demone, mentre capi musulmani più o meno stabilmente a essi legati governano Siracusa, Catania e il Val di Noto; Ibn al-Hawas, invece, continua a dominare Caltanissetta, Girgenti e il Val di Mazara, mentre Palermo, dove si era affermato un governo cittadino autonomo, resta, con Trapani, il centro della resistenza anti-normanna. Palermo viene attaccata, nel 1064, da una spedizione pisana che, in assenza di un’intesa con Ruggero, si conclude con il saccheggio del porto e dei dintorni della città: il bottino verrà utilizzato dalla città toscana per avviare la costruzione di una nuova grande cattedrale.
La conquista della Sicilia riceve un nuovo e decisivo impulso soltanto dopo il definitivo successo della politica di unificazione dell’Italia Meridionale con la conquista di Bari, il 16 aprile 1071. Già nell’agosto di quell’anno i normanni – che, oltre a disporre di una propria flotta, avevano perfezionato le tecniche di assedio e utilizzavano macchine e scale perfezionate – possono stringere d’assedio Palermo, che capitola, il 10 gennaio 1072, in seguito all’attacco congiunto di Roberto e di Ruggero. Roberto aspetta quattro giorni prima di entrare solennemente in città, dove nella moschea, trasformata nella chiesa di Santa Maria, viene celebrato un rito solenne. Vengono restituiti beni e autorità all’arcivescovo, relegato dai saraceni nella piccola chiesa di San Ciriaco, che aveva mantenuto vivo il culto cristiano, sebbene fosse – annota il benedettino Goffredo Malaterra, cronista normanno del secolo XI – “timido e greco di nazionalità”.
Anche Mazara capitola in cambio della garanzia che, come a Palermo, i nuovi sudditi dei normanni potessero continuare a professare la propria religione e a vivere secondo i suoi dettami. Rientrato Roberto nella penisola, dove avvierà un tentativo di espansione nell’attuale Albania, resta nell’isola Ruggero, con forze limitate, che prosegue la guerra evitando scontri campali e alternando, nei confronti dei musulmani dell’isola, azioni terroristiche – distruzione dei raccolti, cattura di greggi e armenti, uccisione di gruppi di resistenti – e gesti di tolleranza, come la coniazione di monete con iscrizioni tratte dal Corano.
Egli mostra così di voler estendere la propria autorità a tutta l’isola, tenendo conto della sua complessa realtà etnica e religiosa. In quest’ottica, pur cominciando a creare diocesi di rito latino e obbedienza romana, favorisce pure le istituzioni ecclesiastiche «greche», ancora particolarmente solide nella Sicilia Orientale. Il Papato si accontenta di sovrintendere alla rifondazione delle istituzioni ecclesiastiche latine attuata direttamente da Ruggero con scelte personali, in genere ratificate a posteriori, giudicando importante la rinascita di una rete ecclesiale legata a Roma e la diffusione della riforma. Non sfugge, dunque, ai Pontefici e alla curia romana il carattere particolare della rinata chiesa siciliana di rito latino, definita correttamente dallo storico Paolo Delogu come «chiesa di frontiera».
Dal 1077 la spinta militare normanna riprende slancio, con vittorie prima a Trapani, poi nelle regioni orientali. Proprio qui, da Siracusa, un capo musulmano, Ibn Abbad “Benavert” organizza un’ultima controffensiva, riconquistando Catania e saccheggiando la Calabria meridionale. Essa, però, viene schiacciata da Ruggero con una risolutiva spedizione, nel maggio del 1086, e lo stesso Benavert perde la vita cercando di dare l’arrembaggio alla nave del conte. Dopo cinque mesi di assedio, capitola Siracusa, quindi Girgenti, Castrogiovanni, Noto e, nel 1091, l’isola di Malta.
4. Una riconquista cristiana
Gli storici moderni e contemporanei hanno molto discusso sulle motivazioni che spinsero i normanni alla conquista della Sicilia e al peso di quelle più schiettamente religiose. Secondo Malaterra, il rilievo delle contrapposizioni etnico-religiose fu notevole e non si ridussero al conflitto cristiano-musulmano: per il monaco cronista, se i musulmani sono la feccia della terra, i greci di Sicilia e di Calabria «gente perfidissima», i longobardi del Mezzogiorno sempre pronti alla guerra, i pisani attenti solo al guadagno e privi di coraggio, i romani venali e dediti alla simonia. Ed egli non nasconde, fra le motivazioni che animavano Ruggero al momento di passare in Sicilia, la sua personale ambizione: “[...] due cose ritenendo utili per sé, cioè all’anima e al corpo, richiamare al culto divino una terra dedita agli idoli e prendere possesso temporale dei frutti e dei redditi usurpati da una gente ingrata a Dio”. Tuttavia, con il passar del tempo, mentre la guerra andava semplificandosi rispetto all’intreccio dei primi anni, nei quali forze musulmane erano alleate dei normanni, e assumeva marcati caratteri di contrapposizione religiosa, Ruggero ebbe una sorta di conversione secondo il modello del perfetto re cristiano: “[...] per non sembrare ingrato, cominciò a vivere come uno tutto dato a Dio; ad amare le giuste sentenze, a fare eseguire la giustizia, ad abbracciare la verità, a frequentare le chiese con devozione, ad assistere ai canti sacri, a pagare la decima di tutti i suoi redditi alle chiese, a consolare le vedove e gli orfani”.
Per approfondire: vedi Salvatore Tramontana, La monarchia normanna e sveva, in Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico II, vol. III della Storia d’Italia diretta da Giuseppe Galasso, Utet, Torino 1983, pp. 435-810.
La vera storia delle Crociate
tratto da: Crisis Magazine, vol. 20 n. 4 – aprile 2002.







